Pincanello
la pallina sbatte veloce contro le pareti, scorre sul piano verde e lucido del tavolo, rimbalza sulla stecca d'argento, picchia sul lato, poi di nuovo sul fondo, sembra perdere velocita, ma un lampo rosso le inferisce nuova energia, sparisce tra le gambe blu, e ricompare sul fondo con un gran rumore metallico, SBANG! e il boato degli spettatori sembra l'eco di quel botto che si allarga all'esterno del campo.
Nessun gesto, nessuna parola solo un grande "OOOOH!!!", e poi nello spazio di un secondo, la mano veloce si leva dalla manopola, viene mangiata dalla pancia del tavolo e ne riesce con una nuova piccola protagonista bianca che picchietta sul bordo finisce tra i due schieramenti. Le squadre, all'apparenza immobili, inanimate, prendono vita e ogni piccolo omino sembra svegliarsi, coordinato e vincolato al proprio reparto da un brillio d'argento che termina nelle mani sudate di uno dei quattro giocatori. E la palla riparte con nuova enfasi. I corpi sono tesi, rigidi, fissati a terra saldamente da quei piedi che non si muovono, impegnati nel massimo sforzo che quella posizione concede, cercando di perfezionare la magia che trasferisce la propria volonta ai piccoli uomini di plastica.
Gli occhi sbarrati, frullano nelle orbite cercando di non perdere di vista la sfera che come un fulmine prova a uscire dal rettangolo di gioco, cerca un passaggio nelle pareti di legno, si impenna sopra il centrocampo e poi si infila nell'uscita naturale dietro al portiere. Al secondo gol subìto i giocatori si guardano, in silenzio senza dire nulla ma qualcosa è cambiato. Mascherata dall'accettazione, si fa largo una scintilla di paura, di insicurezza che solo i veterani sanno scorgere. L'attaccante senza ammetterlo teme per la tenuta della difesa e il difensore asciugandosi il sudore con il dorso della mano mette in discussione la prontezza
dell'attacco. Ma si sa che così non funziona. Nuova pallina.
Nella testa dei quattro non c'è pensiero esterno, non c'è preoccupazione casalinga, non c'è ansia di coppia... quattro alieni si sono impossessati di quei corpi li hanno privati della propria volontà e li hanno teletrasportati in una concretissima realtà parallela dove anche il tempo non è terrestre.
La luce proietta un cono perfetto, è un muro che isola dal pubblico con le birre in mano, dalla proprietaria che annuncia la chiusura e dalle fidanzate che sconsolate a due tavoli di distanza nella penombra, mescolano il drink fissando in silenzio la cannuccia e sospirano annoiate, rassegnate per una serata ad essere solo seconde nella testa dei propri ragazzi. E il gioco continua...
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